STENIO - POMPEO - VERRE

Iniziata a Roma la famosa guerra civile fra Mario e Silla, Termini come molte città della Sicilia parteggiò per Mario. Sconfitto costui, Silla mandò nell'isola una spedizione punitiva contro le città che gli erano state contrarie. Il comando delle milizie l'ebbe Gneo Pompeo, genero di Silla.

Termini non poteva non subire le conseguenze del suo attaccamento a Mario.

La città fu salvata dal cittadino Stenio che si presentò a Pompeo e chiese che la vendetta dei Romani si abbattesse solo su di lui, perché egli, avvalendosi del suo ascedente e della sua autorità, aveva indotto i Termitani a stare con Mario contro Silla e che pertanto la città e i cittadini fossero risparmiati. Ammirato da tanto coraggio, commosso da tanta generosità, Gneo Pompeo non solo perdonò la città ed i cittadini, ma perdonò anche l'uomo (Stenio) che per la salvezza di tutti si era offerto in olocausto, e rinnovò la fede e l'amicizia con quel popolo che aveva giurato sterminare.

Questo episodio è uno dei più memorandi fatti che onorano la nostra terra.

Durante il periodo Romano Termini fu governata da un Pretore (Verre), che esplicò a suo vantaggio le peggiori qualità dando testimonianza di un pervertimento morale nella sua vita.

Verre compì molti fati vergognosi sia durante la sua giovinezza, sia durante l'incarico di Questore, come ci fa sapere Cicerone nelle sue "Verrine", che basta leggerle per avere un'idea della disonestà e della malvagità di questo Pretore romano, che avido dei tesori dei Siciliani non rifuggi dalle violenze, dai ladroneggi, dalla profanazione dei Templi, dalla devastazione dei campi, dal carcere, dai crudeli tormenti, pur di soddisfare la sua bramosia e di ammassare tesori.

Quando venne a Termini Verre fu ospite di Stenio e tale ospitalità spoglio Stenio di quanto di più bello e di più prezioso avesse in casa.

Stenio si lasciò spogliare ma quando Verre mise mani sul tesoro pubblico e specialmente su quelle tre statue di bronzo (Imera-Stesicoro e la capretta) che poco prima erano state ridate alla città da Scipione, dopo la distruzione di Cartagine, trovò una forte opposizione che mai aveva incontrato nelle sue rapine. Stenio gli gridò in faccia tutto il suo sdegno e tutta la sua indignazione.

Verre si vendicò e lo calunniò ricorrendo ad una menzogna: s'inventò che Stenio aveva falsificato una scrittura pubblica e lo condannò alla pena capitale. Ciò indignò tutte le città della Sicilia che, stanche delle malefatte di Verre, affidarono la difesa a Cicerone che scrisse "Le Verrine", orazione pronunciata in Senato contro Verre, il quale perdendo ogni speranza di salvezza, non aspettò la fine del processo e fuggì in esilio.

Verre fu condannato a risarcire i danni subiti ai Siciliani.