BATTAGLIA D’IMERA (480 a.C.)

 

           Lo splendore e la potenza di Imera vengono offuscati e fiaccati sia dal lusso e dai vizi che ad un tratto subentrarono alla vita sobria e ai costumi savii, sia anche dalla rivalità sempre più forte di talune città dominanti. E fu così che l’anno 480 a.C. Terillo (tiranno di Imera, che era stato cacciato dalla città) sbarcando a Palermo con 300.000 cartaginesi cui chiese aiuto, guidati da Amilcare Barca, mosse all’assedio di Imera. La città si raccoglie in se stessa, la disperazione fa nascere la forza e l’eroismo. Così il furore popolare, le truppe di Terone, tiranno di Agrigento, e di Gelone, tiranno di Siracusa, sconfissero Terillo, il quale fuggì da Imera, meditando vendetta. La battaglia fu combattuta sulle pendici del monte Eurako (oggi S. Calogero) e le galee cartaginesi bruciarono nel golfo. Gli impresi riescono a sconvolgere tutto il piano cartaginese e travolgono tutto un esercito agguerrito e potente. Amilcare Barca perde la vita.  La potenza cartaginese dalla battaglia del monte Eurako esce scossa , barcollando e Himera ancora una volta afferma la sua vittoria sulla rivale africana.

La battaglia d’Imera avvenne nel medesimo giorno di quella combattuta dai greci alle Termopili (Salamina) contro i persiani.  I danni per i perdenti furono gravi. L’esercito in parte distrutto e in parte catturato, le navi perdute quasi nella totalità.  Pochi superstiti salparono e portarono in Africa la triste notizia, che sconvolse i piani e gli animi dei Fenici e dei loro alleati Persiani, che nello stesso giorno della battaglia di Himera, presso Salamina, subivano altra irreparabile sconfitta.

Così nello stesso giorno il mondo antico vedeva sconvolti equilibri politici e rapporti di potenza.  Saliva all’orizzonte la stella dei Greci e con essa la importanza di Himera.

La grande battaglia di Himera diede agio agli Imeresi di mostrare l’altissimo grado della loro civiltà concedendo a Cartagine una pace onorevole.

Gli Imeresi, nella pace concessa, misero tra le altre cose come condizione l’abolizione dei sacrifici umani a Nettuno e ciò costituì “ il primo trattato umanitario di cui parli la storia”.

A solennizzare la vittoria, ad eternare la memoria, ad onorare Gelone ed a ringraziare gli dei, venne eretto un tempio (476 a.C.) : “ Il tempio della vittoria” i cui resti sono ancora visibili nella piana di Buonfornello.

La pace tra i due popoli fu conclusa ma, ahimè, i cartaginesi non dimenticarono la grande disfatta ed attesero il momento propizio per attuare la loro cupa vendetta.

 

DISTRUZIONE DI  HIMERA (409 a. C.)

 

 

Dopo la vittoria del 480 a.C. Terone di Agrigento pretese che fosse lasciato a governare la città di Imera il proprio figlio Trasideo, ma la sua politica di oppressione spinse i patrioti d’Imera a chiedere aiuti a Gerone di Siracusa, succeduto a Gelone che li tradì, invece di soccorrerli, e Terone soppresse la rivolta sterminando gli avversari politici.

Per ripopolare la città, nel 476 a.C., Trasideo fu costretto a concedere la cittadinanza di Imera a chiunque la chiedesse. La maggior parte la richiesero i Dori di diversa estrazione e provenienza. Nei decenni che seguirono, Himera uscì dal blocco politico - economico agrigentino, ebbe regimi democratici e continuò a schierarsi con altri uomini di stirpe dorica, attuando una politica estera di cauta prudenza. Così, nel 409 a.C., il suo dorismo fu la causa della sua tragica fine, giacchè i Cartaginesi non la risparmiarono rinnovando l’attacco alle città greche della Sicilia occidentale.

 Annibale anelava di vendicare l’onta della sconfitta di sua gente, anelava di vendicare l’esilio del padre Giscone e la morte del nonno Amilcare. Preso a pretesto lo stato di guerra esistente tra Selinunte e Segesta nell’anno 409 a.C. Annibale con le sue schiere scese in Sicilia, appoggiato e favorito da altre città dell’isola che mal sopportavano la grandezza e la potenza di Imera, debellò e distrusse Selinunte e mise a dura prova gli Imeresi.

Selinunte e Himera, le due punte avanzate della Sicilia greca sorte insieme, insieme cadono nello stesso anno (409 a. C.). Imera si dibatte, si dilania, tormentata dall’assedio;le forze mancano , la fiducia si spegne a poco a poco. Il popolo assiste inabile ed impotente alla sua rovina. E’ la potenza che cade sotto i colpi disperati del nemico arso di vendetta, è la gloria dei secoli che tramonta miseramente, è la grandezza di una città fiorente che scompare con le memorie grandiose, la gloria, la potenza!

La città fu presa e distrutta:spogliati i templi e le case, tratto quanto vi era di prezioso, e fra le altre cose le tre celebri statue di bronzo rappresentanti Stesicoro, vecchio curvo sul bastone con un libro in mano, Imera e la capra. La città fu dalle fondamenta spianata in modo che pochissimi avanzi additano il sito  che tuttora conserva il nome di Piano di Imera.

Così finì la patria di Stesicoro, di Mamertino, di Elianatte, di Crisone, e di Ergotile dopo 240 anni di vita, ed in quel piano, teatro di tanti allori e di tanti trionfi, di tanto sfarzo e di tanta cultura non resta che , come dice il nostro Denaro Pandolfini: “ Or di gregge il belato e degli armenti odi il cupo muggito; e per li piani la cauta volpe all’aure notturna guaisce e il core di mestizia ingombra’’.

La distruzione di Imera fu per i Cartaginesi un incoraggiamento a conquistare l’isola, e la Sicilia fu conquistata ; Termini fra le prime città poiché con Imera  era collegata da rapporti commerciali , artistici, militari. Fra le due città insomma c’era una tale affinità da poter considerare Termini quasi come un grande sobborgo della grandiosa città d’Imera.

Termini quindi cadde sotto il dominio cartaginese e vi rimase fino a quando “ l’alma mater” non venne con le sue aquile vittoriose.  La nuova colonia cartaginese ( Termini) fu in parte popolata dai profughi impresi e dalla fusione dei due popoli è derivato il nuovo nome della città: Termini Imerese.